Notizie dalla comunità

                                                   QUARTO MESSAGGIO DELL’ISPETTORE DON STEFANO ASPETTATI

Carissimi confratelli,
Carissimi membri della Famiglia Salesiana,
Carissimi membri delle CEP locali,
Carissimi giovani,
Comincio questo ormai consueto carteggio del tempo di Quaresima con un passaggio del profeta Isaia. Al di là del contesto cui si riferisce l’oracolo, si tratta un testo di grande valore poetico, quasi una frase senza tempo. Si chiede alla sentinella a che punto sia la notte (Shomer ma milailah); la sentinella risponde in modo enigmatico: l’alba arriva, ma la notte c’è ancora. E invita a tornare e continuare a domandare. È una frase che ci ricorda tutte le albe attese, quando le notti non vogliono finire, quando si veglia un malato, quando semplicemente si aspetta un cambio turno, quando si prega.
C’è un passaggio nel vangelo della Passione di Gesù (che quest’anno leggiamo nella versione dell’evangelista Matteo) che mi colpisce proprio in questo senso. Nella notte dell’ultima cena, notte del tradimento – da leggersi come Gesù che si consegna e non Gesù consegnato – notte senza sonno, Gesù arriva nel punto più basso della sua esistenza terrena e prova tristezza e angoscia nell’Orto del Getsemani; chiede conforto ai discepoli, ma essi non sono capaci di stare svegli con lui. Un contrasto fortissimo, addirittura incomprensibile. Come è possibile che i discepoli non siano in grado di stare svegli davanti a un Gesù che si svela a loro come angosciato e chiede di pregare con lui? Lo sfondo è anche qui la notte. La notte incombe e invade l’animo, di tutti, anche di Gesù. Egli sente la notte dentro di sé. La notte è il simbolo della morte. Quella confidenza di Gesù ai discepoli, quella sua ammissione di umanità, quella richiesta di aiuto mentre si riconosce triste, ce lo fa sentire molto vicino. Non era roba sua la tristezza, perché la tristezza non appartiene a Dio, la tristezza è solo roba nostra e del Maligno che cerca di riversarcela addosso. Lo sapeva bene don Bosco, che al contrario insegnava ai suoi ragazzi l’idea di un’allegria profonda, radicata in un cuore pulito. La tristezza che Gesù sente nella sua umanità viene dal peccato di tutti noi, tutti noi in tutti i tempi. Gesù sente la notte di ciascuno di noi. I discepoli non riescono a sostenere tutto questo. Il loro sonno non è riposo, sono essi stessi preda della notte che li avvolge.

Sentinella quanto resta della notte?
Ce lo chiediamo da settimane di epidemia. Quanto ancora dovremo stare in casa, senza il lavoro e la scuola di prima, senza contatti con gli altri? Quanto ancora dovremo sentire di nostri fratelli e sorelle ricoverati o defunti senza neanche un saluto o un funerale? Tutti guardano anelanti a un “dopo”. Una settimana? Un mese? Un anno? Ma ci sarà poi questo “dopo”? E rischiamo di oscillare tra una frenesia che ci vorrebbe catapultare fuori per riprenderci la vita e una sorta di paralisi, fatta di paura, che assomiglia al sonno dei discepoli.
Penso al Papa che indirizzando un saluto a noi salesiani per il Capitolo Generale, riflettendo sul tema “Quali salesiani per i giovani di oggi”, ha usato delle parole che – scritte prima della pandemia – suonano oggi come una profezia: Pensare alla figura di salesiano per i giovani di oggi implica accettare 2 che siamo immersi in un momento di cambiamenti, con tutto ciò che di incertezza questo genera. Nessuno può dire con sicurezza e precisione (se mai qualche volta si è potuto farlo) che cosa succederà nel prossimo futuro a livello sociale, economico, educativo e culturale…. Assumere responsabilmente questa situazione – a livello sia personale sia comunitario – comporta l’uscire da una retorica che ci fa dire continuamente “tutto sta cambiando” e che, a forza di ripeterlo e ripeterlo, finisce col fissarci in un’inerzia paralizzante che priva la vostra missione della parresia propria dei discepoli del Signore.
Carissimi, mentre ci chiediamo quando arriva il dopo, dobbiamo stare attenti tutti a non assopirci. Non parlo del sonno del corpo – di cui abbiamo bisogno tutti perché molti di noi forse stanno lavorando anche più di prima! – ma del sonno dell’anima. Si può essere assopiti restando svegli, se non si vedono le cose giuste.
È reale il rischio di star semplicemente comprimendo un elastico che poi una volta rilasciato libererà un’energia che farà tornare tutto come prima e peggio di prima. I buoni sentimenti forse scoperti in questo tempo, il maggior spazio dato alle relazioni, la riscoperta della bellezza di un ambiente più pulito non saranno acquisizioni automatiche. La ricerca più recente fatta sulla religiosità al tempo del virus ci dice sostanzialmente che nella pandemia chi prima pregava ora prega un pochino di più e chi prima non pregava continua a non pregare. Al di là dei romanticismi, non avverrà nessun colpo di bacchetta magica. Non assopirci vuol dire che il “dopo” va preparato, altrimenti sarà una corsa a tornare come prima che – dentro una crisi economica senza precedenti – diventerà peggio di prima. Ma allora…

…Sentinella cosa c’è dopo la notte?
A ben vedere non è forse questa la domanda radicale dell’uomo? quello che vediamo adesso in maniera così chiara, adesso che la morte è a un passo da noi, che le nostre vite sono sconvolte, non è forse quello che ci chiediamo in certi momenti della vita e in genere proprio di notte? c’è un dopola-notte? cosa c’è dopo la notte?
Ed ecco allora la Settimana Santa che arriva puntuale come ogni anno, ma molto diversa. Diversa per le celebrazioni in streaming: non ci è facile accettare di vivere le celebrazioni del Triduo Pasquale, il centro dell’anno liturgico, così, private di quegli elementi sensibili di cui noi – fatti di carne – abbiamo bisogno. Non solo: questa volta la Settimana Santa arriva con la sua domanda sul “dopo” ancora meno retorica, ancora meno tradizionale. Una domanda calata nell’oggi. Quando arriva il “dopo”? ma c’è un “dopo”? E se c’è un “dopo-pandemia” questo può forse bastarmi adesso che ho visto quanto è importante risolvere il problema del DOPO radicale?
Il Signore Gesù ha risolto questo dubbio. La Settimana Santa ci fa entrare nella Passione di Cristo, ce le fa attraversare come un tuffo profondo per poi farci riemergere. La celebrazione di questa settimana speciale diventa stupore e pianto per la passione prima anticipata nella cena in cui il Signore trova il modo stupendo di restare con noi diventando nostro alimento e chiedendoci di amare così (Giovedì Santo) e poi vissuta fino alla morte di croce (Venerdì Santo); e quando tutto sembra finito e silenzio mortale (Sabato Santo) si fa largo la gioia di un “dopo” nuovo e definitivo (Pasqua di Resurrezione). Noi stiamo vedendo oggi il “giovedì santo” in tutti coloro che lavano i piedi al prossimo prodigandosi per amore dell’altro anche a rischio della propria salute; stiamo vedendo il “venerdì santo” in tanti fratelli e sorelle che soffrono e di quelli che muoiono soli; stiamo vedendo il sabato santo nelle strade vuote e irreali e nelle distanze tra di noi. Vedremo anche il “dopo”, quell’ #andràtuttobeneperchéCristoèrisorto.

Se volete domandare, domandate, convertitevi, venite!
Per noi salesiani, laici, Famiglia Salesiana, giovani, cosa è il “dopo”?
Penso che tutti abbiate notato che adesso in certe ore della sera, quando non c’è proprio più nessuno in strada, rimangono solo i poveri che gridano tutta la loro disperazione, oppure neanche gridano più perché tanto non c’è nessuno ad ascoltarli. La settimana scorsa dicevo che prima di preoccuparci dei danni economici che tutti avremo dopo la pandemia, è importante aiutare chi già adesso è nella necessità più stringente. Rinnovo l’invito e ringrazio tutte le comunità che si sono mosse, in coordinamento con altre realtà civili ed ecclesiali (quanto è importante l’esperienza di rete!), per sovvenire le necessità dei bisognosi.
Ma è importante che tutto questo faccia innanzitutto cambiare qualcosa dentro di noi.
La pratica dell’astinenza e del digiuno che la Chiesa raccomanda nel tempo di Quaresima e in certi giorni in particolare, non è un retaggio della tradizione, né un’ascesi vuota, ma un lavoro spirituale e un esercizio di carità: tolgo qualcosa a me per capire meglio la mia fragilità davanti a Dio e condividerla con i fratelli. In questo senso digiuno non va senza elemosina.
Ci sarebbe da preoccuparsi se questo non diventasse un tempo propizio per imparare queste lezioni. Personalmente e comunitariamente.
Posso privarmi di tante cose materiali; le nostre comunità religiose e anche le comunità educative imparano (e devono imparare) a fare cose con molto meno; partendo dal bisogno di materiale di risparmiare vediamo già e vedremo che alcune cose si possono fare insieme, scoprendo la condivisione.
Nascono idee e cose nuove.
Nascono fraternità nuove.
Anche da qui comincia a nascere un lavoro sul “dopo”.
La Passione di Cristo alimenta la nostra passione, quella per le anime, quella per i giovani che vogliamo come don Bosco “onesti cittadini, buoni cristiani e fortunati abitatori del cielo”.
Dunque continuiamo ad avere rispetto delle nostre e delle altrui vite attraverso comportamenti responsabili, continuiamo a mettere a posto i nostri ambienti, continuiamo ad aiutare i più deboli e tra di essi chi manca proprio dell’essenziale, continuiamo a educare i giovani a distanza, continuiamo a pregare per i malati e i morenti. Ma continuiamo a sognare il “dopo”. Nessuno può avercelo già in testa, è da pensare. Un “dopo” da sognare con Dio e con i giovani.
È vero non possiamo far altro che aspettare, ma non possiamo aspettare per sognare e prepararci. Sarebbe proprio bello se questi giorni spiritualmente intensi diventassero l’occasione per una rinnovata passione comune.
È ora il momento di domandare, convertire, venire.
Buona Settimana Santa a tutti.

                                                                         Don Stefano

Roma, 5 aprile 2020
Domenica delle Palme e della Passione del Signore

                                                   SECONDO MESSAGGIO DELL’ISPETTORE DON STEFANO ASPETTATI

Carissimi confratelli,
Carissimi membri della Famiglia Salesiana,
Carissimi membri delle CEP locali,
Carissimi giovani,
Abbiamo ancora negli occhi e nel cuore la preghiera e la benedizione del Papa venerdì in Piazza San
Pietro. Le immagini, le parole, la potenza dei gesti. Il Santissimo aperto su una città deserta, per
andare idealmente sul mondo intero. Sappiamo quanto l’animo umano faccia ormai in fretta a
dimenticare tutto, eppure tutti abbiamo avuto l’impressione di assistere a qualcosa di storico che
ricorderemo a lungo. In quelle parole e in quei gesti era condensata l’esperienza che tutti stiamo
facendo. Forse è proprio questa universalità che ha caricato di un significato del tutto unico quello
che il Papa ha fatto. E in quei gesti incerti dell’uomo anziano, ma sicuri e forti dell’uomo di fede, si
sono ritrovati tutti: intellettuali e semplici, ricchi e poveri, credenti e non credenti. Le parole dette
con un po’ di affanno sono risuonate come un tuono: «Non ci siamo fermati davanti ai Tuoi richiami,
non ci siamo ridestati di fronte a guerre e ingiustizie planetarie, non abbiamo ascoltato il grido dei
poveri e del nostro pianeta gravemente malato. Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di
rimanere sempre sani in un mondo malato».
Oggi il vangelo ci parla della resurrezione di Lazzaro. Un vangelo in cui Gesù mostra da un lato
tutta la sua umanità e dall’altro la sua forza salvatrice.
Il comportamento di Gesù, come spesso ci è mostrato nei vangeli, ha dei tratti che sono a prima vista
difficilmente comprensibili. Egli sente che un amico sta male e, sapendo di poter fare qualcosa,
aspetta che muoia per muoversi. D’altra parte quando poi è già morto sceglie di andare in un posto
dove sa di rischiare la morte egli stesso e vuole condurvi i discepoli. Queste “stranezze” comportano
a Gesù dei rimproveri sia dai discepoli sia da Marta e Maria. Ho visto tanto in questi rimproveri
quella frase che i discepoli dicono a Gesù nel bel mezzo della tempesta e che il Papa ha ricordato
“non ti importa?”. Il richiamo di un Gesù che non si prende cura, che non interviene quando ce ne
sarebbe bisogno, è la sensazione che molti hanno in questi giorni con le tante morti dovute al virus.
E invece, come per l’episodio della barca, Gesù mostra di non essere sordo al pianto delle persone
e di poter non solo fare qualcosa, ma infinitamente più di quello che esse si aspettano
proiettandole verso l’eterno.
Prendere sul serio queste due istanze: il presente e l’eterno, questo sembra essere un richiamo
potente di questi giorni.
Per quanto riguarda il presente. Abbiamo avuto diversi incontri in videoconferenza con confratelli
della ispettoria e laici corresponsabili. Non ho parole per dire il mio grazie per quanto si sta
facendo, sia all’interno delle comunità, sia soprattutto per tenere i contatti all’esterno, coi giovani,
con le famiglie, per non far sentire solo nessuno.
Nella mail che don Emanuele ha inviato a tutte le case c’è un piccolo riassunto di alcune belle
iniziative che si stanno mettendo in campo dal punto di vista pastorale. Esse dicono la creatività e
la voglia di esserci al di là delle distanze. E l’elenco è grazie a Dio sicuramente destinato ad
allungarsi!
Tutto ciò si somma a tutto il lavoro già in atto nelle nostre scuole e nei nostri CFP con la didattica a
distanza che sta mettendo a dura prova professori e ragazzi, che non è certamente la scuola che
vorremmo, ma che rappresenta un lavoro educativo e pastorale di straordinaria qualità.
Tuttavia il presente dice di una situazione sociale che pian piano sta precipitando. Come
giustamente è stato acutamente osservato si canta sempre meno dai balconi (M. Gramellini, Corriere
della Sera, 28 marzo 2020) e si affacciano problemi sempre più concreti che vanno ben oltre la
solitudine sociale. Quello che nella mia prima lettera (lettera ispettore 15 marzo 2020) immaginavo
come idea per il futuro, quando chiedevo alle comunità di praticare ugualmente la penitenza
comunitaria e raccogliere fondi per capire poi a chi destinarla a emergenza finita, è già presente
adesso. Mentre giustamente ci preoccupiamo per un avvenire incerto dal punto di vista della
sostenibilità per tante nostre opere, ci sono già adesso diverse persone, singoli e famiglie, che non
riescono a vivere perché la loro esistenza era già al limite e con i restringimenti in atto sono andati
sotto. Vorrei perciò invitarvi a uno sforzo aggiuntivo, reso tanto più difficile dalla cattività in cui
tutti siamo, ma non impossibile. Oltre alle iniziative messe in campo dal governo, certamente nei
prossimi giorni ci sarà bisogno di raccogliere fondi e viveri per dare da mangiare a chi non ne ha
e saranno necessari volontari che lo portino ai bisognosi. Questa è l’emergenza. Verrà poi il tempo
per altre valutazioni economiche. Come stiamo imparando e come ci ha ricordato il Papa: «Ci siamo
resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti
e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda… così anche noi
ci siamo accorti che non possiamo andare avanti ciascuno per conto suo, ma solo insieme». Questo
non può essere il tempo dell’egoismo, ma solo della Provvidenza suscitata dalla condivisione.
Qualcuno lodevolmente si sta già muovendo. Questa esigenza non fa cadere quella della prudenza,
per cui ogni iniziativa diretta deve essere sempre coordinata con enti superiori – civili o ecclesiali –
che operano nel vostro territorio e per cui ogni volontario che si esponga a un rischio aggiuntivo
deve osservare una sorta di isolamento per evitare che una volta rientrato a casa o in comunità
contagi le persone più deboli.
Per quanto riguarda l’eterno. Il gesto della resurrezione dell’amico è solo il “segno” di una
affermazione più grande e che è quella che Gesù dice a Marta: «Io sono la risurrezione e la vita; chi
crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno». Gesù riporta
alla vita terrena un morto per dimostrare che ha potere sulla morte definitiva, quella eterna, ed è da
essa che ci vuole salvare. D’altra parte leggere la risurrezione di Lazzaro come un “segno” ci
consente di capire come mai invece tanti altri morti anche al tempo di Gesù non siano stati risuscitati,
come tanti morti anche di questa pandemia – come di altre tragedie – non siano stati risparmiati. In
questi giorni continuiamo a piangere tanti morti. Anche noi salesiani: in Piemonte e soprattutto in
Lombardia e nell’ispettoria di Madrid sono morti diversi confratelli per il Covid. Preghiamo per
loro e per le comunità provate da tanti dolori in serie.
Tutto questo ancora una volta ci fa capire che la vita terrena è sacra, la si riceve da Dio, va vissuta in
pienezza e va difesa sempre in tutte le sue forme; ma ha un inizio e una fine. Il vero problema è
proprio vincere la fine, non semplicemente spostarla un po’ più avanti nel tempo. Questo può
farlo solo Gesù e noi dobbiamo saldarci a questa speranza. Questa speranza permette di vivere
la vita nell’unica maniera saggia: donandola. Allora forse la frase centrale di tutto il racconto è
quella più enigmatica: «Non sono forse dodici le ore del giorno? Se uno cammina di giorno, non
inciampa, perché vede la luce di questo mondo; ma se cammina di notte, inciampa, perché la luce
non è in lui». Il Papa cominciando il suo discorso ha parlato della notte e delle tenebre, quelle “fitte
tenebre che si sono addensate nelle nostre città”. La notte di cui Gesù parla nel vangelo di Giovanni
è quella che cala sugli occhi dell’uomo incapace di comprendere il disegno di Dio che si realizza
anche dentro una storia travagliata. Mentre Lui opera si è in pieno giorno e nulla potrà accadere. E
quello che Gesù fa su Lazzaro dimostra che per un credente in Cristo il giorno non tramonterà mai.
Un cristiano «vede» sempre anche nelle tenebre più fitte. Questo non dobbiamo dimenticare.
Soprattutto adesso.
Un abbraccio a tutti
                                                                         Don Stefano

Carissimi fratelli e sorelle,

            vi ricordo che domani 11 marzo 2020 vivremo una Giornata di Preghiera e di Digiuno che si concluderà con la Santa Messa che il Cardinale Vicario Angelo De Donatis presiederà alle ore 19.00, senza la partecipazione dei fedeli, nel Santuario della Madonna del Divino Amore. La celebrazione sarà trasmessa in diretta su TV2000 e in streaming sulla pagina Facebook della Diocesi di Roma.

                         Vi esorto a comunicare ai nostri fedeli che per questo periodo fino al 3 aprile p.v., potremo seguire ogni mattina la Santa Messa presieduta dal nostro Vescovo Papa Francesco alle 7.00, nella Cappella di Casa Santa Marta e che verrà trasmessa sulla pagina Facebook della Diocesi di Roma, su TV2000 (canale 28) e su Telepace (canale 73 e 214 in hd, 515 su Sky).

A partire da mercoledì 11 marzo si aggiungerà anche un appuntamento serale quotidiano con una celebrazione eucaristica alle 19.00, presieduta dal Cardinale Vicario Angelo De Donatis, in diretta su TV2000 e in streaming sulla pagina Facebook della Diocesi.  

                     Vi anticipo che prima dell’inizio della celebrazione dell’11 marzo, alle ore 19.00 verrà diffuso un video con la preghiera che Papa Francesco rivolge alla Vergine dinanzi all’immagine della Madonna del Divino Amore. Al termine della Celebrazione anche il nostro Cardinale Vicario reciterà la preghiera composta dal Santo Padre per affidare la città, l’Italia e il mondo alla protezione della Madre di Dio

Nei prossimi giorni saranno consegnate ai Prefetti le immaginette con il quadro della Madonna del Divino Amore e la preghiera di Papa Francesco da far pervenire ai Parroci delle rispettive Prefetture.

                     Per la giornata di domani, insieme al digiuno è stata proposta una raccolta straordinaria a sostegno del personale sanitario che si sta spendendo con generosità e sacrificio nella cura dei malati. Potete far pervenire le offerte al Centro per la Pastorale Sanitaria oppure direttamente tramite l’Iban: IT 25 E 05216 03229 0000 0009 2433; causale “Offerte emergenza Coronavirus – Centro per la Pastorale Sanitaria”.

Restiamo uniti nella pace e nella preghiera.

                                                                                                                                                              Mons. Pierangelo Pedretti

                                                                                                                                                                    Prelato Segretario

Si avverte inoltre che nella nostra parrocchia, sarà esposto il Santissimo Sacramento per l'Adorazione dei fedeli, dalle ore 7.00  di mercoledì 11 marzo 2020  alle ore 7.00 di giovedì 12 marzo 2020

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